 
 Group: Amministratrici SupremePosts: 4194 Location: London Status:  | |
| Vi posto il primo capitolo di una crossover che sto scrivendo, con molta calma e non troppo affanno, era un bel po' che non scrivevo semplicemente per me, e non pensando: oddio devo sbrigarmi a scrivere che i miei lettori vogliano leggere. Certo, era bellissimo accontentarli, la cosa più soddisfacente del mondo, ma ora mi andava pensare un po' a me  Spero vi piaccia intanto il primo capito, poi vi posto anche il secondo... Imparare a guidare non era stato difficile. Mentre sbuffavo perché non potevo smaterializzarmi o usare la scopa, non volevo ammettere a me stessa che quel macchinario babbano era proprio un giocattolino divertente. Piovigginava appena. Il clima perennemente piovoso mi faceva rimpiangere un po’ di meno l’Inghilterra da dove venivo. Mi avviai verso la scuola che avrei dovuto frequentare per un po’ di tempo, sottostando a quella copertura che in fondo, era la giusta punizione per essere scappati. Io, forse, non l’avrei fatto. Non sarei scappata anche dopo essermi resa conto che era tutto inutile, che era una causa per la quale mi sarei battuta senza alcun risultato. Non avremmo ricavato niente da tutto quello, avremmo perso comunque. Ma io non sono ragionevole come mia madre. Io sono orgogliosa, e sarei rimasta a combattere e a morire, anche per niente. Ma non era corretto dire per niente. Avrei combattuto per quello in cui credevo, per quello in cui avevo scommesso, orgogliosa fino alla fine. Ovviamente non mi avrebbero lasciato morire per un po’ di orgoglio, mia madre l’aveva spiegato chiaramente. Pensandoci a mente lucida, non aveva tutti i torti. Anche se essere condannati a vivere in mezzo ai babbani era sgradevole quanto la morte. Vivere nel mezzo a coloro che avrei voluto sterminare. Sì, non ci sarebbero venuti MAI a cercare lì. Mai e poi mai. Neanche io mi sarei venuta a cercare lì. La disperazione fa fare davvero cose inconcepibili. Mi accesi una sigaretta mentre aprivo il finestrino e l’aria pungente entrava nell’abitacolo. Ci misi poco ad arrivare a destinazione. Scesi dall’auto con fare disinvolto e sentii immediatamente tutti gli sguardi degli studenti lì presenti che si puntavano su di me. Feci finta di niente e mi guardai intorno. Chissà dov’era la segreteria. Istintivamente, mi misi una mano sul fianco sinistro. All’interno di tutti i miei vestiti, sulla sinistra, c’era la taschina per la bacchetta magica, così che potessi tenerla nascosta e averla sempre a portata di mano. In quel posto pieno di innocui babbani mi sentivo stranamente minacciata. Mi terrorizzava l’idea di dover chiedere informazioni, ma volevo cercare di usare la magia il meno possibile, perciò scartai la legilmanzia. Feci qualche passo verso l’edificio scolastico, e vidi finalmente le indicazioni. Mi fiondai nella stanza della segreteria e una signora di mezza età con gli occhiali sul naso mi sorrise. “Cara, finalmente!! Ti aspettavano tutti qui, sai?” disse con tono cordiale. Io rabbrividii involontariamente e mi avvicinai un po’ rigida mentre la signora scartabellava fra le carte. “Eccoti l’orario delle tue lezioni e la piantina della scuola” fece passandomi due fogli. Lessi l’orario: algebra, inglese, trigonometria, biologia, storia, tedesco, geografia, latino, chimica. Inizialmente rimasi con gli occhi spalancati: dov’erano trasfigurazione, pozioni, storia della magia, rune antiche, astronomia, incantesimi, aritmanzia, difesa contro le arti oscure? Poi sospirai rassegnata: quelle materie non le avrei mai più riviste. Mi resi immediatamente conto che sarei stata tremendamente indietro, perché quelle materie non sapevo nemmeno cosa fossero!! “Qualcosa che non va cara?” chiese preoccupata dal mio sguardo affranto. “Niente…” dissi con un fil di voce. “Vedrai che ti ambienterai facilmente” cercò di rassicurarmi. Io la guardai e non dissi niente. Non poteva capire. Come potevo ambientarmi facilmente lì? Io ero una strega, e non una strega qualunque. Mi strinsi il braccio sinistro. “Grazie” bofonchiai per uscire dalla stanza e dirigermi verso l’aula d’inglese. Quando entrai nella classe il professore mi guardò con aria curiosa. “Finalmente signorina Frings! Tutti ci stavamo chiedendo quando sarebbe arrivata!” esclamò entusiasta aprendo le braccia. Io feci qualche passo avanti e consegnai il foglio del corso. “Ragazzi attenzione!! Questa signorina è Alexis Frings, vedete di essere gentili con lei! Sei inglese, giusto?” mi domandò sorridendo. “Sì, di Londra…” risposi a bassa voce. “Quindi a maggior ragione siate gentili! Dove preferisci sederti?” Diedi un’occhiata veloce alla stanza. “In fondo andrà bene…” bofonchiai piano. “Ho già capito, sei una a cui non piace stare al centro dell’attenzione…” A quelle parole mi venne quasi da sorridere. Il centro dell’attenzione era il mio habitat naturale, non c’era niente che amavo di più che avere tutti gli sguardi per me. Sguardi magici, però. Beh meglio che pensino che sia timida e non abbia tanta voglia d’interagire con gli altri. Mi diressi a grandi passi verso il fondo dell’aula e mi sedetti ad un banco centrale mentre tutti mi squadravano sorridendo e scambiandosi commenti. Istintivamente, toccai di nuovo la bacchetta. Per tutta la lezione parlarono di una strana opera babbana che non avevo mai sentito nominare in tutta la mia vita, ma nessuno si curò di chiedermi nulla a riguardo, perciò me ne stetti tranquilla cercando di capire qualcosa. Quando suonò la campanella mi alzai stancamente dal banco e guardai la piantina della scuola cercando la classe di tedesco. Quella sarebbe stata l’unica materia in cui non sarei stata indietro, anzi sarei andata alla grande. Mio padre era tedesco, e anche se viveva a Londra da quando era piccolo, ha provveduto ad insegnarmi subito da piccola la lingua. “Ciao Alexis!” mi salutò qualcuno. Ci misi un po’ a capire che si rivolgesse a me. Mi girai e vidi un ragazzo sorridente con i capelli biondicci e gli occhi verdi che mi guardava gentile. “Ciao” risposi con tono apatico. Lui mi tese la mano. “Piacere io sono Mike Newton…” disse. Esitai qualche minuto prima di stringerla senza forza. “Che lezione hai ora?” mi chiese con tono dolce. “Tedesco..,” “Ah perfetto, io ho francese che è nell’aula accanto!Ti accompagno, ti va?” Io scossi il capo. “Non ti preoccupare, faccio da sola…” feci allungando il passo. Mike rimase evidentemente male ma non ci badai. Arrivata in classe, solita storia, il professore si accorse immediatamente del mio cognome tedesco e mi chiese le mie origini. Gli sussurrai brevemente di mio padre e della mia padronanza della lingua e lui gongolò. Mi fece sedere in prima fila e mi fece spiegare e rispondere ad un sacco di cose. La giornata continuò così, tra i professori che mi accoglievano gioviali e gli studenti che cercavano di conoscermi mentre io li respingevo uno dopo l’altro. Non ero obbligata a farmi degli amici, quella sarebbe stata solo una fase temporanea, anche perché non saremmo potuti rimanere più di tanto nello stesso posto, sarebbe stato più facile spostarci per far perdere le nostre tracce. Arrivò l’ora della mensa. Mi sedetti in un tavolino vuoto senza prendere da mangiare. Non avevo neanche un po’ di fame. Intanto approfittavo per guardarmi in torno e rimpiangere la maestosa e immensa Sala Grande dove noi studenti di Hogwarts ci riunivamo per il pranzo, i tavoli lunghissimi pieni di ogni sorta di delizioso cibo e bevanda. Non avevo mai apprezzato tanto prima d’ora la mia scuola. Ti rendi conto di quanto tieni ad una cosa solo quando l’hai perduta. Presi un foglio di carta e una di quelle strane penne con l’inchiostro già inserito dentro, e cominciai a scrivere una lettera. “Caro Principe, so che ricevere queste poche righe non ti consolerà né tantomeno ti farà perdonare quello che ho fatto. E’ stato orribile, ne sono consapevole. Ma non è dipeso da me. Tu, lo sai benissimo che non sarei mai e poi mai fuggita. Lo sai che sono troppo orgogliosa e incosciente. Non sono una vigliacca. Ti chiedo di sforzarti di capire. Non ti voglio illudere tanto per darti il contentino (non c’è bisogno nemmeno che te lo spieghi), forse non ci rivedremo mai più. Ma devi sapere che non ho rimpianti. Non posso spiegarti dove sono, né tanto meno come e perché. Puoi rispodermi dicendomene di tutti i colori, o non rispondermi affatto. Me lo merito. Ma stai tranquillo. Se mi risponderai, consegna la lettera direttamente a Tiresia che me la consegnerà. Altrimenti rimandala da me senza niente.
La Principessa di Serpeverde”
Rilessi il tutto un paio di volte e mi convinsi che era la cosa migliore, anche se un po’ rischiavo. Non potevo lasciare Draco senza nemmeno una spiegazione, così da un giorno all’altro. Aveva tutto il diritto di sapere che almeno ero viva. Lui che senza farsi notare aveva fatto della mia vita qualcosa di speciale, e soprattutto senza ammetterlo. Draco era stato il mio migliore amico, il mio fratello maggiore, il mio amante. Ed ero scappata senza neanche dirgli ciao, senza avergli dato un ultimo bacio. Anche se in fondo era meglio così, io odiavo i convenevoli smelenzi, specialmente gli addii. Piegai con precisione il foglio e lo riposi in un libro con cura. Appena tornata a casa l’avrei messo nelle sicure zampette della mia civetta Tiresia che l’avrebbe consegnato a Draco. Era un gesto azzardarto e pericoloso, ma ero certa che non mi avrebbe tradito. O forse lo speravo, speravo che mi tradisse per tornare al mio mondo e al mio destino. Cercai di svuotare la mente. Mi misi le mani sulla fronte e mi appoggiai con i gomiti sul tavolo, guardandomi furiosamente intorno per trovare una qualunque distrazione. E la trovai. In fondo, in un tavolo non troppo distante dal mio, sedevano cinque ragazzi, due ragazze e tre ragazzi. Sbattei le palpebre più volte. Tutti e cinque erano bellissimi, di una bellezza che aveva dell’impossibile, con la pelle diafana e cadaverica, la bocca rossa e gli occhi dorati. Nonostante il freddo non indifferente, indossavano tutti vestiti primaverali o addirittura estivi. Ma la cosa che più mi colpi fu che avvertii qualcosa. Qualcosa di magico. Un mago riesce sempre a sentire se nei paraggi c’è un altro mago, perché è in grado a captare la magia che scorre nelle sangue di quello, è un richiamo naturale, un magnetismo fra esseri speciali, quasi una capacità per la sopravvivenza. Immersa nei babbani l’assenza di quella sensazione diventata così comune da risultare banale mi dava ai nervi e allo stesso tempo mi faceva sentire persa e vuota, e forse per quello ero diventata più sensibile a certi tipi di richiami. Io non provavo quella forte sensazione che si sente nella pelle quando la magia è nei paraggi, ma qualcosa di simile. La campanella mise fine con prepotenza al mio tentativo di capire cosa fosse quella strana cosa che avvertivo. Mi alzai velocemente e cominciai a cercare, senza osare chiedere aiuto a nessuno, l’aula di biologia. Avevo letto appena qualcosa di quella strana materia e sapevo che sarebbe stata una delle più difficili, perché tutti quelli del mio corso avevano alle spalle almeno cinque anni di studi, e io sapevo a malapena l’etimologia della parola, senza contare che cominciavo con il corso già iniziato. Arrivai all’aula ed entrai, subendo per l’ennesima volta la stessa accoglienza. Dopo la presentazione ufficiale fui mandata verso l’unico banco libero della classe. Solo quando mi avvicinai notai da chi era occupato quello accanto. Era uno di quei bellissimi cinque ragazzi che avevo visto a mensa. Quando mi sedetti accanto a lui quella sensazione strana si fece più intensa, e lo osservai interessata e anche un po’ sfacciata. Avevi i capelli arruffati di un luccicante color bronzo; le labbra piene e carnose di un rosso acceso, che facevano un contrasto stupefacente con la pelle marmorea. Le linee del viso erano dritte e marcate, oserei dire perfette. I muscoli scolpiti delle braccia lasciate scoperte dalle maniche corte formavano linee languide, e insieme al torace ampio e le spalle grandi davano un senso di forza e delicatezza allo stesso tempo. Notai che anche lui mi guardava corrugando un po’ la fronte, con lo sguardo di uno che sta osservando una complicata formula matematica. Quando i nostri sguardi s’incrociarono per la prima volta, mi sorrise rilassandosi, un sorriso che mi lasciò per un secondo senza respiro. “Ciao, io sono Edward Cullen” pronunciò quelle parole con voce sinuosa e affascinante, ma non mi lasciai mettere in soggezione, anzi, ero io quella che metteva in soggezione gli altri! “Piacere, io sono Alexis” risposi con un sorriso, porgendogli la mano. Lui esitò un istante e poi la strinse leggermente. Quando ci fu il contatto sentii come una scossa nelle vene, il richiamo di qualcosa che non è babbano. Non feci caso alla sua mano fredda, anche le mie erano sempre congelate, quasi da fare effetto. Mi rimisi a sedere composta, voltata verso il professore che stava passando fra i banchi consegnando dei vetrini da analizzare. Edward ne posizionò uno su strano aggeggio con una lente, che a quanto avevo capito era tipo un telescopio al contrario, che serviva per vedere le cose piccole; e me lo porse gentilmente con un altro bellissimo sorriso da capogiro. Io lo guardai stranita, mi morsi il labbro quasi dispiaciuta, e gli rivolsi uno sguardo. “Posso svelarti un segreto Edward?” gli chiesi con tono basso. Lui annuì senza smettere di sorridere. Mi avvicinai un po’ a lui. “Non ho mai studiato biologia in tutta la mia vita” sussurrai in un soffio. Mi guardò spalancando gli occhi e poi cominciò a ridacchiare. “Davvero?” fece un po’ stupito. Io feci di sì con il capo. “E come mai hai scelto questo corso allora?” domandò stranito. Io mi strinsi nelle spalle. “Era l’unico libero” buttai lì. Non volevo addentrami nel fatto che io non avevo studiato nessuna delle materie che insegnavano lì e quindi una valeva l’altra. Ci guardammo di nuovo negli occhi e notai che il suo sguardo era confuso e anche un po’ corrucciato. In quell’istante avvertii un’altra forza, diversa dalla sensazione di prima, specialmente perché riuscii a riconoscerla immediatamente, con stupore. Mi voltai di scatto cominciando a far vagare lo sguardo verso tutti i presenti in classe, poi fuori dalla finestra, ma non riuscivo a trovare niente fuori posto in quel mondo piatto e senza magia. Non avevo dubbi però su quello che avvertivo. “Tutto bene?” fece Edward stranito. Io continuai a guardare in giro. “Mi era parso di…” abbozzai, poi scossi il capo. “Niente, tutto bene” conclusi concentrandomi su quella forza che sentivo premere nella mia mente. Era il tentativo di un mago di penetrare nei miei pensieri, ne ero certa. Ma gli era andata male: io ero una delle migliori Occlumanti dell’Inghilterra, ero riuscita a resistere per un intero pomeriggio all’Oscuro Signore in persona, un’impresa che nessuno aveva mai eguagliato. Il muro che perennemente proteggeva la mia mente s’innalzò ancor di più e io tornai a concentrarmi su Edward che cominciava ad assorvare i vetrini, facendomi guardare e dandomi le definizioni di quello che stavo osservando. Quando suonò la campanella mi avviai fuori dall’aula insieme a lui. “Cosa ti ha portato dall’umida Londra all’umidissima Forks?” mi domandò con tono curioso. Io sospirai. “Il lavoro dei miei, sai queste cose noiose” divagai. “Ma tanto manca poco alla fine della scuola e potrò tornare a Londra” continuai nascondendo il tono rassegnato e nostalgico dei miei pensieri. Arrivati al parcheggio salutai Edward e tornai alla mia macchina. Presi le chiavi in tasca ed entrai nell’abitacolo accendendo l’auto. Misi le mani sul volante e mi fermai un attimo a riflettere, concentrandomi sulla protezione della mia testa. La forza era sparita, ne era rimasto solo una vaga scia che in mezzo ai maghi non avrei mai sentito. Buttai l’occhio sulla mia borsa dove all’interno riposava il biglietto destinato a Draco. Ebbi un brivido di paura e quasi ci ripensai. Ma poi m’imposi di essere ragionevole. Se c’era un mago nei paraggi abbastanza vicino da cercare di leggermi nel pensiero l’avrei sentito. E io non avvertivo niente, se non quella sensazione quasi magica, differente da quella emanata da un mio simile. Sospirai e accesi la macchina, misi la retromarcia e uscii in strada. Mi avviai verso casa, provando anche ad abbassare le difese mentali per vedere se la mia sensibilità aumentava; ma nonostante quello non avvertivo nulla. Arrivata nella mia stanza ero abbastanza sicura di quello che stavo facendo, e consegnai a Tiresia il foglietto. “Portala a Draco, e torna con la sua risposta, se vorrà…aspetta quello che ti dirrà” le dissi. Lei strusciò il capo sulla mia mano, poi sbattè le ali e volò via dalla finestra. Io mi buttai sul letto e cercai di calmarmi. Poi, con un sospiro divertito ripensai al sorriso di Edward, ed esausta ma tranquilla mi addormentai dopo la notte insonne.
Yes, I'm a fan of Tokio Hotel, and I don't fucking care about what people say!! Io amo questi quattro adorabili crucchi *-* {12.04.10 Concerto Tokio Hotel a Milano...can't wait to see you guys!}     O forse a Serpeverde, ragazzi miei, qui troverete gli amici migliori, quei tipi astuti e affatto babbei, che qui raggiungo fini e onori! “Lo ammetto, pensavo che tu fossi uguale a loro…per questo ti consideravo solo una sporca mezzosangue. Ma io non ho problemi ad accorgermi della realtà e a cambiare idea. Non ho i paraocchi, io! Io vivo la vita, Granger. La vivo come viene, perché troppe esperienze mi hanno insegnato come può diventare orribile, orribile veramente. E non ho tempo di essere infelice per delle stupidaggini. Non ho tempo di preoccuparmi della felicità degli altri dicendo che per la mia c’è tempo. Domani potrei non esserci già più. E se succedesse, vorrei guardarmi indietro e non avere rimpianti, vedere che non ho detto no a nessuna mia voglia o desiderio. Sono convinto che anche tu sei d’accordo, ma circondata dai tuoi presunti amici hai sempre pensato che fosse sbagliato. Non è affato sbagliato, Granger. Diciamo che è…alla Serpeverde” - Obligation, Judgment or Truth?It's the SLYTHERIN WAY!
 Michael Ballack ♥ Grazie di aver reso la mia vita...bella da morire




Quando un uomo è stanco di Londra è stanco della vita, perchè a Londra si trova tutto quanto la vita ha da offrire 
"Voglio farmi incatenare a Ben Barnes!" [cit. Me] 

 Blue is the colour, Football is the game we're all together, and winning is our aim. So cheer us on, through the sun and rain 'Cause Chelsea, Chelsea is our name!
 Firma interamente realizzata da Me Medesima stessa, se prelevate qualcosa METTETE I CREDITS! Se vi becco senza vi scortico vivi e vi faccio sciogliere nell'acido. |